Croccante, delicato, vellutata. Sono gli aggettivi che userei per descrivere, in ordine di servizio al tavolo, una bruschetta al pomodoro fresco, un paté di fegato d’anatra e una mousse al cioccolato.
Sono gli aggettivi che userei se assaggiassi i piatti che cucino. Cosa che non faccio. Questi piatti li realizzo con estro, perfezione e incredibile facilita. In cucina, i sous chef che mi sono stati affidati e i camerieri, credono che io abbia varie allergie, innumerevoli intolleranze e uno di loro, l’ho sentito confabulare dietro le porte, sospetta che soffra di ortoressia. Aggiungiamo pure che mi sono dichiarato astemio, e vi ho appena scattato la
polaroid delle espressioni che, giornalmente, vedo sulle loro facce quando preparo un menu da cinque stelle. Ma io non sono allergico, non presento alcuna intolleranza, ne soffro di ortoressia. E croce e delizia, non sono nemmeno astemio. La verità e che non posso assaggiare i piatti che
eseguo. Dei miei cinque sensi, per cucinare ne uso quattro. Ma all’ennesima potenza. Con l’udito stabilisco quanti secondi ci metterà un filet mignon a raggiungere il grado di cottura eccellente. Con gli occhi stimo quanti micron e spessa la goccia di limone che cade sulle
alici marinate, e quanta acidità regalerà. In pH.
Col tatto valuto il grado di conservazione di una foglia di lattuga e quali e quanti cambiamenti climatici di temperatura ha subito nelle ultime tre ore dal trasporto mercato-ristorante. Con l’olfatto giudico la dolcezza della pera che e stata scelta per un millefoglie. Precisamente, giudico la quantità di fosforo, di ferro, di calcio e di vitamine presenti in ognuna di quelle fette. Come ci riesco? Semplice. Sono un vampiro. E questa e la mia storia.

(Tratto da: Caldo sangue)

Opera: Lucifero – Franz von Stuck